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E’ meglio un GRANDE SINDACO o un SINDACO GRANDE?

Nel circolo del PD n° 4 di San Jacopino si è aperto un dibattito intorno ai rapporti fra candidati a sindaco/programmi/legami con i partiti. Partecipo volentieri alla discussione.

Un bravo politico non è detto che sia anche un bravo amministratore. Un buon amministratore non è scontato che sia anche un bravo politico.Una cosa è la politica, altro è il saper amministrare. Ritengo che le scelte politiche in senso ampio non debbano spettare a singoli amministratori sia pur illuminati. E’ compito del partito raccogliere le idee, studiare le soluzioni e fare sintesi delle diversità.  E’ per questo motivo che è nato il Partito Democratico: per valorizzare ciò che unisce, per portare a sintesi condivise ciò che invece potrebbe dividere. Anche a livello amministrativo. Spetta al partito riflettere e decidere sull’aeroporto, sulla bretella di Barberino, sulla tramvia ecc.. Il bravo amministratore dovrebbe attuare ciò che “insieme” si decide. I personalismi possono tornare utili sul momento perché spesso il decisionismo paga, ma alla lunga si logorano i rapporti fra le persone e si rendono inutili gli strumenti di democrazia partecipativa.

Occorre però notare come l’attuale legge elettorale abbia creato delle grosse anomalie nella correttezza della rappresentanza e tutto sommato nella “democrazia interna” dei partiti. Il consiglio comunale, vero organo di democrazia rappresentativa, non ha spesso incidenza sulle scelte dell’esecutivo. Infatti il sindaco (o il presidente della provincia) ha in mano molto del potere esecutivo dell’amministrazione. Nomina gli assessori e impone le sue decisioni senza che la legge lo obblighi a passaggi intermedi in consiglio o in qualche altro organo di controllo.

Si aggiunga il fatto che i partiti stanno sempre di più diventando (forse anche a causa della legge elettorale) centri di potere  e di gestione “politica” del consenso. Hanno perso la vocazione a essere “palestra di idee”. Insomma,  hanno smesso di elaborare e proporre soluzioni  ai problemi.  La politica al servizio dei cittadini spesso non è più al centro dell’agire quotidiano. L’ordinario diventa la gestione delle poltrone delle partecipate o l’appoggiare questo o quel gruppo di pressione. La politica ha smesso di essere luogo di discernimento e di decisione, per diventare ricerca a tutti i costi del consenso anche a rischio di demagogia e populismo. Succede allora che il sindaco, nella sua splendida solitudine decida, decida, decida e decida.Essere decisionista diventa allora sinonimo di bravo amministratore. La giustificazione degli errori viene sempre mascherata dalla frase: si poteva fare di più, ma intanto questo si è fatto…

Così i partiti, che hanno smesso di essere laboratorio di idee, non hanno più la capacità di imporsi sul “bravo-amministratore-che-decide”. Sempre più speeo le idee del Sindaco diventano le idee del partito. E’ molto più semplice, comodo e veloce.  Infatti è nato quello che molti chiamano IL PARTITO DEI SINDACI. Se la politica è incapace di dare risposte ai problemi concreti della gente, si teorizza il presidente del consiglio come “Sindaco d’Italia.

Ma veniamo a Firenze. Qualche giorno fa Massimo Vanni scriveva su “La Nazione” che i candidati in lista per le primarie del PD non si sono candidati solo per smanie di protagonismo. In realtà ciascuno di loro ha in mente una precisa idea di città che diverge in gran parte con quella degli altri competitor. Senza scomodare Matteo Renzi che sta cercando artatamente di essere provocatorio su tutto (dall’aeroporto alla bretella, allo sviluppo della città) ritengo che  Lastri, Pistelli, Cioni e i maggiorenti del partito che candideranno Conti non la pensino allo stesso modo sul ruolo internazionale di Firenze, sulla sicurezza, sul welfare, sulla sussidiarietà. Penso che nel merito delle cose da fare si debba discutere a viso aperto, in occasioni pubbliche organizzate dal partito e non su dibattiti televisivi dove i singoli candidati possono dire tutto e il contrario di tutto a seconda degli umori della piazza. E’ un’utopia pensare un partito dove sia messo al bando il delitto di lesa maestà? Dove ciascuno possa liberamente esprimere il proprio parere senza rischiare una specie di linciaggio morale? Da quando è nato il PD non si è fatto altro che votare, votare, votare. Sono contento che finalmente la parola DEMOCRAZIA abbia trovato casa in un partito (c’è da rabbrividire pensando al grado di democrazia interna al PdL).
Ma vivaddio cominciamo anche a votare sulle idee. Confrontiamoci serratamente sulle scelte più opportune per la nostra città. Impariamo ad ascoltarci, a capire anche le ragioni degli altri. E se qualche idea è in minoranza, anche se la proponesse il sindaco, dobbiamo accantonarla. Questa è la mia idea di democrazia. E’ solo così che potremo recuperare un rapporto sincero e trasparente con gli elettori e forse, lavorare davvero per il bene comune e non per gli interessi di bottega.Chi ricerca il proprio personalismo e non sa (e non vuole) giocare in squadra, non potrà fare il sindaco di Firenze. Le persone troppo amate e contemporaneamente troppo odiate finiscono per divedere. Un SINDACO sarà GRANDE quando, prima di proporre le proprie idee, riuscirà con umiltà ad ascoltare quelle degli altri riuscendo così ad unire con la forza della discussione le migliori persone e le idee più ambiziose.
Massimo Fratini

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